Crea sito

Fase II e l’outdoor education

La fase II potrebbe permettere “la più grande sperimentazione pedagogica in Italia dopo le scuole all’aperto d’inizio 900? Bologna già all’epoca ne fu protagonista e pioniera”. A lanciare l’idea, dalle pagine del portale Cantiere Bologna è l’educatrice Giulia Zambonelli. Il riferimento è alle esperienze bolognesi avviate dalla giunta del sindaco socialista Zanardi (quello di pane e alfabeto). Anni in cui, sotto la spinta dell’assessore Mario Longhena, a cui è intitolata una scuola sui colli, furono avviate diverse scuole all’aperto, un modo di fare scuola che tendeva a coniugare il diritto all’istruzione e quello alla salute.

“I bambini sono spariti da qualsiasi riflessione seria: li abbiamo confinati in casa raccontandogli la storia che domani (un domani forse irreale) potranno tornare a scuola. Glielo raccontiamo ma mentiamo, perché il ritorno a scuola è nebuloso.” scrive senza nascondere la delusione  e la preoccupazione per l’assenza di un dibattito pedagogico intorno al tema caldo della scuola. 

“In tempi di emergenza sanitaria potremmo ripensare a quell’esperienza pedagogica che portò aule con banchi e sedie portatili, fuori, attraverso la costruzione di appositi padiglioni aperti, di tende, o semplicemente sotto l’ombra degli alberi. – prosegue – Lì la didattica tradizionale era riproposta in un contesto esterno, introdusse un nuovo modo di insegnare con lo studio dal vivo dei fenomeni naturali.”. Un’ esperienza  diversa da quella dell’outdooor education di cui si è discusso in anni più recenti. Quest’ultima “ci mostra ancora un altro tipo di scuola all’aperto: imparare dall’ambiente, attraverso l’esperienza diretta, corporea e sensoriale, costruire un apprendimento diretto”.

Scuole all’aperto e autdoor education potrebbero essere, secondo l’educatrice, il punto di partenza  “affinché sia tutelato il diritto fondamentale dei bambini non alla mera istruzione, ma alla scuola come esperienza”. “Si potrebbe ripensare il modello coniugando le due visioni di scuola fuori dagli spazi consueti: fornendo vestiario idoneo per stare fuori in tutte le stagioni, ma anche sgabelli portatili e tavoli per il lavoro più tradizionale, materiali didattici più consoni ai vari ambienti e agli spostamenti. Aule temporanee negli spazi verdi della città per quelle scuole che non hanno cortili abbastanza grandi o abbastanza aule per permettere la divisione in piccoli gruppi delle classi.” propone.

La scuola a settembre però potrebbe essere diversa da quella che bambini e genitori hanno conosciuto finora. “Si dovrà lavorare a stretto contatto con le famiglie, perché per assicurare che i bambini possano frequentare di persona la scuola potrebbe essere richiesto di rinunciare realisticamente al tempo pieno per permettere di avere turni mattina/pomeriggio e più disponibilità di aule in modo che si possa godere del doppio delle aule libere” scrive Zambonelli.

La storia delle scuole all’aperto è lunga e affascinante. La nascita, qualche anno fa, della rete delle scuole publiche all’aperto è solo una delle ultime tappe. Nel suo ” Per una storia delle scuole all’aperto in Italia” ( ETS, 2018) Mirella D’Ascenzio, docente di Storia della Scuola e Storia dell’Educazione all’Università di Bologna, ripercorre le tappe di questo modo di fare scuola che all’inizio del secolo scorso si diffuse in molti paesi del mondo.

Le scuole all’aperto sono state anche protagoniste di una mostra al Mambo, il cui titolo richiamava proprio “il ritorno al futuro” di queste esperienze.

 

 

.

 

Ti piace? Condividi!